Un pianeta da salvare


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La crescita dei mari è sempre più veloce.
Infatti un’analisi che ha incluso anche i movimenti verticali
delle terre emerse ha mostrato un’accelerazione
della crescita del livello dei mari negli ultimi dieci anni.

Questo risultato, sorprendentemente, ne smentisce altri recenti
basati su rilevazioni da satellite che non consideravano
il movimento verticale della terraferma.
Quest’ultimo è un processo costantemente in atto,
per effetto di fenomeni come movimenti tettonici,
compattazione di strati di sedimenti,
stabilizzazione isostatica di regioni
precedentemente sovrastate dai ghiacci,
 nonché modifiche del sottosuolo dovute alle attività umane,
come l’estrazione di petrolio e gas naturale.

Watson e colleghi hanno stimato il movimento verticale della terraferma
grazie a una serie di rilevazioni del Global Positioning System (GPS)
 combinate con i dati relativi al movimento delle maree
registrati in tutto il mondo.
In questo modo hanno identificato
tutte le possibili inesattezze delle misurazioni da satellite.

Queste nuove misurazioni hanno portato a una conseguenza diretta
sulla stima dell’incremento medio del livello dei mari
tra il 1993 e il 2014, che dev’essere corretto al ribasso:
da 3,2 millimetri all’anno a 2,6-2,9 millimetri all’anno.

I primi sette anni di registrazioni (1993 – 1999) sono però quelli che
 necessitano di una correzione più consistente,
pari a 0,9-1,5 millimetri all’anno.
Questo implica che in quell’arco di tempo l’incremento medio
del livello del mare è stato tra 2,4 e 1,7 millimetri all’anno,
decisamente inferiore rispetto gli anni successivi.

In altre parole, anche se la crescita in valore assoluto sull’intero periodo
è diminuita, tra il periodo 1993-1999 e il periodo 1999-2014
c’è stato un incremento nel tasso d’innalzamento del livello dei mari.
Se si guardano anche i dati relativi al XX secolo,
il quadro complessivo indica
 un tasso sempre più elevato con il passare dei decenni.

Quest’accelerazione è in accordo
con le misurazioni della fusione dei ghiacci
 della Groenlandia e dell’Antartide occidentale nello stesso periodo,
dovuti al riscaldamento globale,
e con le proiezioni dei modelli climatologici.


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È drammatica l’accelerazione dello scioglimento dell’Antartide.
Infatti lo spessore delle grandi piattaforme di ghiaccio marine
che circondano il sesto continente si sta riducendo a ritmo accelerato,
soprattutto lungo le coste orientali,
dove potrebbero sparire nel giro di alcuni decenni.
Se ciò avvenisse, si avrebbe un aumento della fusione
anche dei ghiacciai di terraferma,
e un più rapido innalzamento dei mari.

Le grandi piattaforme di ghiaccio lungo le coste dell’Antartide
si stanno frammentando, e il loro collasso permette agli enormi ghiacciai
che le alimentano di scivolare negli oceani,
innalzando il livello dei mari.
Gli scienziati devono capire meglio come
e perché le piattaforme si stanno disintegrando
per stimare la crescita futura dei mari.
I dati satellitari riguardo ai ghiacciai
non sono abbastanza dettagliati per stime accurate.
Di recente alcuni ricercatori hanno compiuto spedizioni in Antartide
per installare strumenti in grado di fornire
le informazioni di cui hanno bisogno.


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L’inquinamento denota un problema
che si rivela sempre più grave
nel nostro pianeta con il passare degli anni.
Insieme all’inquinamento un altro serio problema è l’effetto serra.
L’effetto serra è un fenomeno che si verifica sulla Terra da secoli
ma che ha subito una trasformazione, nel tempo,
diventando molto grave e dannoso per il pianeta in cui viviamo.
L’effetto serra è stato causato, fondamentalmente, dall’industrializzazione.
Nella nostra vita quotidiana potremmo usare delle piccole accortezze
per limitare che il fenomeno dell’effetto serra si accentui.
In questa guida vi illustrerò dei consigli su come limitare l’effetto serra.
L’effetto serra viene chiamato così perché come in una serra
i raggi solari vengono utilizzati per fornire luce e calore alle piante,
che sono poste in un luogo chiuso, anche il pianeta Terra
diventa una sorta di serra:
l’atmosfera permette il passaggio di quei raggi solari caldi,
che si chiamano infrarossi, e li trattiene sulla superficie della Terra,
evitando così che si disperdano nello spazio.
La composizione dell’atmosfera determina, dunque,
questo fenomeno dell’effetto serra.
L’atmosfera è composta, infatti, da specifiche quantità
di azoto, ossigeno, anidride carbonica, vapore acqueo, ozono e altri gas.
L’atmosfera è molto utile e importante perché è uno dei motivi
per cui sul nostro pianeta ha potuto avere origine la vita.
L’industrializzazione è un processo che ha arrecato danni all’atmosfera.
Con questo processo dell’industrializzazione
sono stati liberati altri gas nell’atmosfera,
e questi gas hanno sconvolto il suo delicato equilibrio.
I gas liberati sono prevalentemente metano e anidride carbonica.
L’effetto serra è diventato un fenomeno dannoso,
in quanto a causa dello squilibrio nella composizione atmosferica,
lo strato di ozono è diventato più sottile
non riuscendo più a schermare totalmente i raggi infrarossi
che arrivano sul nostro pianeta e che sono molto pericolosi e dannosi.
Inoltre l’atmosfera stessa è diventata più densa
favorendo fenomeni come il surriscaldamento globale,
gli anomali fenomeni atmosferici e lo scioglimento delle calotte polari.
Il problema dell’effetto serra è un problema di natura globale.
Tutti nel loro piccolo e nelle loro piccole azioni
possono contribuire nel limitarne i danni.
Ad esempio molto importante è la limitazione
dell’utilizzo dei mezzi per muoversi,
preferendo camminare a piedi o andare in bicicletta.
In casa si consiglia di acquistare
gli elettrodomestici dalla grande efficienza energetica;
il fotovoltaico rappresenta un ottimo investimento,
per quanto riguarda l’utilizzo delle energie rinnovabili;
bisogna stare attenti ai cosmetici e ai detersivi che si utilizzano.


pianetagreen.liquida.it


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Secondo il CNR l’effetto serra sta ritardando la prossima glaciazione.
Ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche
e dell’Università di Pisa
hanno dimostrato che la concentrazione di CO2
sta prolungando l’attuale periodo interglaciale.
Lo studio è stato appena pubblicato
sulla rivista internazionale ‘Geology’.

Roma, 4 giugno 2015 – L’effetto serra
conseguente alla cospicua concentrazione
di anidride carbonica nell’atmosfera
starebbe prolungando l’attuale periodo interglaciale,
iniziato circa 11.700 anni fa.
Gli effetti climatici della CO2, peraltro già relativamente elevata
prima dell’avvento della rivoluzione industriale,
sono infatti tali da inibire l’inizio di un’era glaciale.
È quanto emerge da uno studio appena pubblicato nella rivista ‘Geology’
e condotto da un team internazionale di ricercatori.

L’analisi dei depositi accumulatisi sul fondo di un antico lago,
che un tempo si estendeva nell’attuale piana Sulmona in Abruzzo,
ha consentito ai ricercatori di individuare
un periodo analogo all’attuale Olocene,
indicato con il nome di ‘Stadio isotopico marino 19c (MIS 19c)’.
In questo periodo, iniziato circa 790mila anni fa,
la configurazione orbitale della Terra,
e dunque la quantità di energia solare
che riscalda il nostro pianeta, era simile a quella odierna.
Lo studio dettagliato di diversi livelli
di ceneri vulcaniche rinvenute nell’area,
eseguito in centri specializzati in Francia (Cea-Cnrs-Uvsq)
e in California (Berkeley Geochronology Center),
ha permesso di ottenere per la prima volta un’affidabile cronologia
dell’evoluzione climatica di questo antico periodo caldo.

”Assumendo una totale analogia tra le due fasi interglaciali,
il MIS 19c e l’Olocene”, spiega Biagio Giaccio,
”l’attuale periodo caldo dovrebbe essere
relativamente prossimo alla sua fine
e volgere verso una nuova glaciazione,
se non fosse per la significativa differenza dei gas serra
riscontrati nei due periodi”.
Infatti, mentre durante le fasi iniziali di entrambi gli interglaciali
le concentrazioni di CO2 appaiono del tutto simili,
l’atmosfera dell’Olocene, già a partire dai primi millenni,
si è progressivamente arricchita di anidride carbonica
rispetto invece a quella del MIS 19c.

”A parità di insolazione”, aggiunge Giovanni Zanchetta,
”il diverso contenuto di CO2 potrebbe essere stato sufficiente
a far divergere drasticamente l’evoluzione
dei due interglaciali conducendo,
da un lato, il MIS 19c verso la sua fine, e quindi a una glaciazione,
e producendo dall’altro un prolungamento
delle attuali condizioni interglaciali”.
I  ricercatori stimano, al 68% di probabilità,
che la durata del MIS 19c sia di 10800 +/- 1800 anni.
”Questo significa che l’Olocene poteva già essere terminato
oltre mille anni fa”, afferma Giaccio.
”La fase di generale raffreddamento del clima olocenico
che si ipotizza sia iniziata circa 4.500 anni fa,
 quella che i geologi definiscono ‘neoglaciale’,
probabilmente rappresentava l’embrione della prossima glaciazione
poi, forse, definitivamente abortita per l’eccesso di CO2”.

”I risultati di questo studio forniscono un’ulteriore prova indiretta
 all’affascinate ipotesi formulata alcuni anni fa”, spiegano i ricercatori,
”secondo la quale l’uomo avrebbe modificato il ciclo naturale
dei gas serra nell’atmosfera aumentandone il contenuto
ben prima della rivoluzione industriale,
mediante cioè le modificazioni della vegetazione
conseguenti alla nascita e sviluppo dell’agricoltura preistorica.
Indipendentemente da ciò, i risultati di questo studio mostrano
ancora una volta, e in maniera inequivocabile,
l’elevata sensibilità del clima
alla concentrazione atmosferica di gas serra,
oggi fortemente influenzata dall’attività umana”.


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Il respiro dell’Amazzonia è purtroppo in lento declino.
La capacità della foresta amazzonica
di assorbire anidride carbonica atmosferica
si è ridotta di un terzo rispetto agli anni novanta.
Lo rivela uno studio trentennale i cui dati indicano che
l’aumento dell’anidride carbonica in atmosfera
ha determinato un aumento del tasso di crescita degli alberi,
ma anche una loro morte più precoce.

La quantità di anidride carbonica assorbita annualmente
dalla foresta amazzonica è diminuita di quasi un terzo
nell’ultimo decennio rispetto agli anni novanta.
È quanto emerge dal più esteso studio su questa foresta tropicale
condotto finora da Terra,
cioè senza l’ausilio delle osservazioni da satellite,
descritto in un articolo su ”Nature” da Roel Brienen
dell’Università di Leeds, nel Regno Unito, e colleghi.

Le foreste tropicali svolgono un compito fondamentale
per la salute della Terra: assorbono e immagazzinano
l’anidride carbonica immessa in atmosfera dalle attività umane,
per esempio l’uso di combustibili fossili.
Si calcola che queste foreste rendano conto di circa la metà
di tutta l’anidride carbonica assorbita ogni anno dalla biosfera.
Questa enorme capacità, a sua volta, si ripercuote direttamente
sul clima del pianeta, dato che
l’anidride carbonica è il principale gas serra
responsabile del riscaldamento globale.

Per calcolare le variazioni nello stoccaggio di anidride carbonica,
Brienen e colleghi hanno esaminato 321 lotti di foresta
in tutti i sei milioni di chilometri quadri dell’Amazzonia,
identificando 189.000 alberi e misurandone
il tasso di nascita, di crescita e di morte a partire dagli anni ottanta.

”La mortalità degli alberi è incrementata di più di un terzo
a partire dalla metà degli anni ottanta,
e questo fenomeno sta influenzando la capacità dell’Amazzonia
di stoccare il carbonio”, ha dichiarato Brienen.

L’esteso arco di tempo che ha caratterizzato lo studio
ha permesso anche di definire l’evoluzione della foresta amazzonica
in funzione dei livelli di anidride carbonica in atmosfera.
Inizialmente, l’incremento della CO2, cruciale per la fotosintesi,
ha stimolato la crescita degli alberi.
Tuttavia, crescendo più in fretta, gli alberi morivano anche prima.
A questo si è sommato, ma solo successivamente,
l’impatto di diversi periodi di siccità,
il più grave dei quali registrato nel 2005,
e di temperatura insolitamente elevata.

Il dato complessivo è che la capacità della foresta amazzonica
di assorbire anidride carbonica diminuisce continuamente
e ora è del 30 per cento più bassa
rispetto alla capacità degli anni novanta.
Di questo problema dovranno tenere conto tutti i modelli climatici
che fanno proiezioni sulla base dell’assorbimento delle foreste tropicali.

”Indipendentemente dalle cause che hanno determinato
una maggiore mortalità degli alberi,
questo studio mostra che le previsioni
di un assorbimento dell’anidride carbonica in continua crescita
sono troppo ottimistiche”, ha aggiunto Brienen.


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L’Amazzonia è la più grande foresta tropicale del pianeta.
Senza quei 6,7 milioni di chilometri quadrati,
senza il respiro dei suoi alberi,
non sarebbe possibile la vita sulla Terra.
Ma quando si parla di Amazzonia non si deve solo pensare alla foresta,
ma anche a tutte le acque che la bagnano e periodicamente la inondano.
Basti pensare che nel bacino amazzonico,
confluisce il 20% dell’acqua dolce della Terra.

Inoltre, l’Amazzonia svolge un ruolo cruciale
per garantire la stabilità del clima globale,
non solo perché intrappola il carbonio nella terra e nella vegetazione,
ma anche per il suo ruolo nella circolazione dell’aria e dell’umidità.

La foresta Amazzonica occupa
circa metà superficie dell’America Latina
e si estende su nove paesi:
Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Guyana francese,
Perù, Suriname e Venezuela.

Si tratta di 6,7 milioni di km2,
ovvero una volta e mezzo la superficie dell’Unione Europea.
Nella foresta tropicale trovano spazio diversi tipi di vegetazione:
savane, praterie, paludi, bambù, palmizi,
foreste alluvionali, montane, aperte e di latifoglie.


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A causa della crescita delle attività umane
dovuta ad un modello di sviluppo non sostenibile,
la disponibilità di acqua potabile per persona sta diminuendo.
All’inizio del terzo millennio si calcolava che
oltre un miliardo di persone
non avesse accesso all’acqua potabile
e che il 40% della popolazione mondiale
non potesse permettersi il lusso dell’acqua dolce
per una minima igiene.
La conseguenza è che oltre 2 milioni e duecentomila persone,
in maggioranza bambini, sono morte nel 2000
per malattie legate alla scarsità di acqua pulita.
Nel 2004 l’organizzazione umanitaria britannica ‘WaterAid’
calcolò la morte di un bambino ogni 15 secondi
per via di malattie facilmente prevenibili,
contratte a causa della scarsità di acqua pulita.
Nel 2006 si sono calcolate trentamila persone morte
ogni giorno nel mondo
per cause riconducibili alla mancanza d’acqua pulita.

Inoltre il World Water Development Report dell’UNESCO nel 2003
indica chiaramente che nei prossimi vent’anni
la quantità d’acqua disponibile per ogni persona
diminuirà del 30%.
Per questo l’acqua è una risorsa strategica per molti Paesi.

Wikipedia


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Acquaneldeserto by Joe

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